Lei rimase in silenzio. Era terrorizzata. E felice. Ma la paura era così forte da toglierle il respiro: nuovamente la pancia, le braccia, le gambe risultavano indolenzite. Non aveva più equilibrio e si sentiva barcollare pur sapendo di essere assolutamente ferma. Lo guardava e non sapeva che cosa esprimessero i suoi occhi. Poteva leggerle dentro? Poteva capire la voglia di scappare? E quella di restare?
Lui si avvicinò, un passo. Ancora un altro. Sempre di più. Fino ad essere così vicino da sembrare un appoggio, così vicino da toccarla senza però sfiorare nemmeno un millimetro del suo corpo. La voce più bassa, incerta ma piena di qualcosa che la giustificava in partenza. Rendendo irrilevante il tremore e la violenza. “Non rispondermi. Non dire niente. Voglio che tu stia zitta e mi faccia sentire il resto”. Poi fece quell’ultimo movimento, quello necessario a riempire lo spazio rimasto ancora a separarli. Ma non la baciò. Non sulla bocca almeno. Le scostò i capelli sulle spalle e posò, pianissimo, un bacio sul suo collo.
Ed ecco sopraggiungere il tremore convulso. Il cuore che batte così forte da dare l’impressione di richiamare l’attenzione dell’intero palazzo. Come un terremoto. Un rumore sordo e diffuso, la radice nel cuore ma la prepotenza che raggiunge ogni anfratto. “Non credi che questo valga qualcosa?”, chiese Lui. “Puoi sentirlo allora?”. “Certo che lo sento” e le appoggiò una mano alla base del collo.
Una mano nodosa e forte, fiera nel tenere il pennello, nello scrivere poesie e nel rimuovere calcinacci. Le vene ne disegnavano le forme interne ed era impensabile che una mano abituata ad invadere e imprimere con decisione un segno potesse essere così delicata. L’indice iniziò a muoversi, in una carezza sottile. Il cuore di Lei sul punto di esplodere: un movimento impercettibile per permettergli di continuare, di andare oltre. E quella mano implacabile che scende, non si fa vedere e sposta i primi strati di stoffa.
Lei non capisce più nulla: non le succedeva da anni. Sta vivendo in un ricordo e spera solo, questa volta, di non doversi fermare. Alza un braccio e circonda le sue spalle, le accarezza, lo incoraggia. Ma è Lui a fare tutto, Lei forse ha abbandonato il campo, ha rinunciato. Non credeva alla possibilità di un desiderio così forte.
Scivolano insieme sul futon Ikea troppo corto e finalmente si baciano. Piano. Pianissimo. Le lingue sembrano immobili ma è la carezza più dolce del mondo. A nessuno dei due manca l’aria, nessun arto fuori posto, il cuscino non da fastidio. E’ sufficiente perdersi, abbandonarsi a quel tocco e credere che esista solo quello. L’uno per l’altro. Lei trova la forza di liberarlo dai jeans e Lui di sollevare l’abito leggero, troppo per quella primavera appena accennata. Si sposta leggermente ed è sopra lei. Grande, così grande per quel piccolo uomo che aveva significato tutto per la sua adolescenza, spalle forti da sfiorare appena e due occhi che la fissano con tutto quello che per anni era stata solo una promessa non mantenuta. Sono blu quegli occhi. Non l’azzurro banale che piace tanto alle ragazzine, non quel luccichio sfumato che aveva permesso a lui di conquistare tante sedicenni. Occhi da adulto. Nessun fuoco da romanzo d’appendice, solo la capacità di guardarla come chi ha aspettato per troppo tempo. Finalmente. “Finalmente”, sembravano voler dire.
Con quegli occhi entrò dentro di lei e sempre guardandola iniziò a muoversi. Credeva ci sarebbe stato imbarazzo, di solito si deve far finta di non poter resistere, di stare perdendo tutto in quel singolo momento. Ma non c’era bisogno di improvvisare, di domandarsi se quel trasporto fosse sufficiente a far credere. Lei si aggrappò a lui, lui la strinse. Potevano cadere, potevano sprofondare ed avevano un solo appiglio: l’altro. Lei chiuse gli occhi e la fece finita, sentì quel movimento sin nelle viscere, lo seguì fino a quando seppe di rincorrere l’orgasmo. Il ritmo, il segreto di tutto. Il segreto per portare via una donna. E lui era per lei quel ritmo. Era giusto, finita lì. Finiamola qui. Stringiamoci solo un po’ più forte.
La baciò di nuovo proprio nel momento in cui le labbra di Lei si piegavano nella smorfia di piacere. Sorrise e venne con Lei.
Poi si piegò un poco e le appoggiò le labbra su una guancia, nel modo in cui era solito salutarla, dirle “Buongiorno, benvenuta, finalmente”.
Poi Lui si alzò, prese il pacchetto di sigarette, il portacenere e l’accendino e li appoggiò sulle lenzuola. Accese due sigarette e ne mise una fra le labbra di Lei. Lei sorrise, sempre di più fino a gorgogliare quella complicità. “Non deve essere per forza adesso, lo sai” le disse “Ma quella convinzione c’è anche per me. Noi due siamo sempre stati molto di più, molto più di tutto. E quando saremo vecchi, quando avremo vissuto le nostre vite saremo questo l’uno per l’altra. Abbiamo aspettato tanto. Ma io so che tu sei mia. Che nessuno cancellerà il battito che ti prende quando ti sfioro”.
“Ti amo”.
“Ti amo”.