venerdì, 14 marzo 2008 - 11:53

Lei rimase in silenzio. Era terrorizzata. E felice. Ma la paura era così forte da toglierle il respiro: nuovamente la pancia, le braccia, le gambe risultavano indolenzite. Non aveva più equilibrio e si sentiva barcollare pur sapendo di essere assolutamente ferma. Lo guardava e non sapeva che cosa esprimessero i suoi occhi. Poteva leggerle dentro? Poteva capire la voglia di scappare? E quella di restare?

Lui si avvicinò, un passo. Ancora un altro. Sempre di più. Fino ad essere così vicino da sembrare un appoggio, così vicino da toccarla senza però sfiorare nemmeno un millimetro del suo corpo. La voce più bassa, incerta ma piena di qualcosa che la giustificava in partenza. Rendendo irrilevante il tremore e la violenza. “Non rispondermi. Non dire niente. Voglio che tu stia zitta e mi faccia sentire il resto”. Poi fece quell’ultimo movimento, quello necessario a riempire lo spazio rimasto ancora a separarli. Ma non la baciò. Non sulla bocca almeno. Le scostò i capelli sulle spalle e posò, pianissimo, un bacio sul suo collo.

Ed ecco sopraggiungere il tremore convulso. Il cuore che batte così forte da dare l’impressione di richiamare l’attenzione dell’intero palazzo. Come un terremoto. Un rumore sordo e diffuso, la radice nel cuore ma la prepotenza che raggiunge ogni anfratto. “Non credi che questo valga qualcosa?”, chiese Lui. “Puoi sentirlo allora?”. “Certo che lo sento” e le appoggiò una mano alla base del collo.

Una mano nodosa e forte, fiera nel tenere il pennello, nello scrivere poesie e nel rimuovere calcinacci. Le vene ne disegnavano le forme interne ed era impensabile che una mano abituata ad invadere e imprimere con decisione un segno potesse essere così delicata. L’indice iniziò a muoversi, in una carezza sottile. Il cuore di Lei sul punto di esplodere: un movimento impercettibile per permettergli di continuare, di andare oltre. E quella mano implacabile che scende, non si fa vedere e sposta i primi strati di stoffa.

Lei non capisce più nulla: non le succedeva da anni. Sta vivendo in un ricordo e spera solo, questa volta, di non doversi fermare. Alza un braccio e circonda le sue spalle, le accarezza, lo incoraggia. Ma è Lui a fare tutto, Lei forse ha abbandonato il campo, ha rinunciato. Non credeva alla possibilità di un desiderio così forte.

Scivolano insieme sul futon Ikea troppo corto e finalmente si baciano. Piano. Pianissimo. Le lingue sembrano immobili ma è la carezza più dolce del mondo. A nessuno dei due manca l’aria, nessun arto fuori posto, il cuscino non da fastidio. E’ sufficiente perdersi, abbandonarsi a quel tocco e credere che esista solo quello. L’uno per l’altro. Lei trova la forza di liberarlo dai jeans e Lui di sollevare l’abito leggero, troppo per quella primavera appena accennata. Si sposta leggermente ed è sopra lei. Grande, così grande per quel piccolo uomo che aveva significato tutto per la sua adolescenza, spalle forti da sfiorare appena e due occhi che la fissano con tutto quello che per anni era stata solo una promessa non mantenuta. Sono blu quegli occhi. Non l’azzurro banale che piace tanto alle ragazzine, non quel luccichio sfumato che aveva permesso a lui di conquistare tante sedicenni. Occhi da adulto. Nessun fuoco da romanzo d’appendice, solo la capacità di guardarla come chi ha aspettato per troppo tempo. Finalmente. “Finalmente”, sembravano voler dire.

Con quegli occhi entrò dentro di lei e sempre guardandola iniziò a muoversi. Credeva ci sarebbe stato imbarazzo, di solito si deve far finta di non poter resistere, di stare perdendo tutto in quel singolo momento. Ma non c’era bisogno di improvvisare, di domandarsi se quel trasporto fosse sufficiente a far credere. Lei si aggrappò a lui, lui la strinse. Potevano cadere, potevano sprofondare ed avevano un solo appiglio: l’altro. Lei chiuse gli occhi e la fece finita, sentì quel movimento sin nelle viscere, lo seguì fino a quando seppe di rincorrere l’orgasmo. Il ritmo, il segreto di tutto. Il segreto per portare via una donna. E lui era per lei quel ritmo. Era giusto, finita lì. Finiamola qui. Stringiamoci solo un po’ più forte.

La baciò di nuovo proprio nel momento in cui le labbra di Lei si piegavano nella smorfia di piacere. Sorrise e venne con Lei.

Poi si piegò un poco e le appoggiò le labbra su una guancia, nel modo in cui era solito salutarla, dirle “Buongiorno, benvenuta, finalmente”.

Poi Lui si alzò, prese il pacchetto di sigarette, il portacenere e l’accendino e li appoggiò sulle lenzuola. Accese due sigarette e ne mise una fra le labbra di Lei. Lei sorrise, sempre di più fino a gorgogliare quella complicità. “Non deve essere per forza adesso, lo sai” le disse “Ma quella convinzione c’è anche per me. Noi due siamo sempre stati molto di più, molto più di tutto. E quando saremo vecchi, quando avremo vissuto le nostre vite saremo questo l’uno per l’altra. Abbiamo aspettato tanto. Ma io so che tu sei mia. Che nessuno cancellerà il battito che ti prende quando ti sfioro”.

“Ti amo”.

“Ti amo”.

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In ---> amour si douce
mercoledì, 12 marzo 2008 - 18:43

Lui trasse le chiavi dalla tasca e spalancò la vecchia porta di legno sull’ingresso. Si avviò verso la camera di quando era bambino lasciando a Lei l’incombenza e l’incertezza di richiudere l’uscio, non sapendo poi se la cosa migliore fosse seguirlo o scappare. Ma non poteva tirarsi indietro, era stata Lei ad iniziare. Anche se probabilmente non sapeva fino in fondo dove avrebbe condotto quel gioco al ricordo, alla speranza, alla possibilità mancata.

Una volta nella stanza Lui si avvicinò alla finestra, evitando di mettere Lei a proprio agio con qualche scambio di battute. Indecisa sul da farsi Lei si avvicinò, non tanto da violare lo spazio dell’intimità ma abbastanza da fargli capire di essere in attesa. Fu allora che Lui si voltò e prese a guardarla:

“Lo sai perché siamo qui, vero?”, le domandò. “Da qui abbiamo iniziato e volevo essere in un luogo che non ti permettesse di scappare. Mi hai scritto che non siamo mai stati troppo bravi, che non era tempo per noi. Mi hai scritto che tu parlavi troppo ed io troppo poco. Siamo qui per rimediare.”

“Ma il mio era solo uno sfogo, volevo farti capire che per me eri ancora importante, che per me ciò che siamo stati è incancellabile…”

“Ti ho già detto di non provarci. Non puoi essere sempre tu a fare il buono e il cattivo tempo. Devi prendere in considerazione anche me, i miei sentimenti. Ti ho lasciata in pace per anni, mi sono cancellato e ho cancellato anche i ricordi. Ho deciso di andare avanti. Ma tu sei tornata e adesso dobbiamo fare sul serio. Siamo grandi e non possiamo più nasconderci dietro alla comunicazione sbagliata, fraintendibile.” Sorride. “Abbiamo vissuto di doppi sensi. Ogni parola o gesto che potevano mettere in dubbio la nostra amicizia sono stati cancellati come il frutto dell’alcol o di uno scherzo. A turno non ci siamo presi sul serio. E così siamo riusciti a sposarci per finta, a baciarci come dispetto e prova del nostro legame, a toccarci perché ubriachi. Ti ho scritto quello che provavo e tu hai fatto finta di nulla, hai letto l’amicizia. Così ho fatto io.”

“Siamo sbagliati insieme, lo sai. Il fatto è che siamo in grado di essere buoni amici perché ciò non richiede lo scontro delle nostre aspettative…”

“Perché vuoi complicare sempre tutto? Che ne sai? Che ne sai tu di me? Sei sempre stata convinta di dovermi proteggere e non ti accorgevi che, in realtà ero io a proteggere te…”

“Questo lo so”

“Sono venuto qui per capire quello che proviamo. Non per sapere se domani o tra dieci anni potremo essere ancora insieme”

“Ma…” provò ancora lei, poi improvvisamente disse “Ok, tu cosa provi?”

“Mi sembra così assurdo che tu non l’abbia ancora capito. Ti amo. E non come un’amica. Ti amo come non potrò mai amare nessun’altra. Ti amo come una principessa delle favole, ti amo come musa quando scrivo, ti amo per i casini che fai, per gli sbagli e le cazzate. Ti amo quando fai la scema e piangi dal ridere. E ti amo come donna per quelle volte che mi hai fatto impazzire con un bacio sulla guancia, con un tocco leggero ed involontario…”

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In ---> amour si douce
martedì, 11 marzo 2008 - 20:05

Il 21 marzo lei era davanti al cancello. Aveva cercato di cancellare gli anni passati sul suo aspetto ed i capelli erano nuovamente morbidi sulle spalle, la pancia scoperta, il trucco accennato. Il vestito a fiori accarezzava le gambe che con il tempo si erano fatte più corte ed imponenti. In bocca, poi, una sigaretta che non finiva mai: appena arrivata al filtro ne accendeva un’altra. Se la tensione potesse esser cancellata dal fumo!

Lo vide arrivare, con il finestrino abbassato ed una canzone che non conosceva a rompere la quiete del sole. Accostò accanto a Lei ma non disse niente. Fermo in macchina con gli occhiali da sole, i capelli incasinati e i soliti jeans.

Era più bello di come lo ricordava. Non sembrava più un ragazzino: le spalle piene e le braccia forti che stringevano nervosamente il volante. Sembrava sicuro, inarrivabile. Ma un muscolo che pulsava sull’avambraccio lo rendeva vulnerabile. Aveva dimenticato quanto quelle sue tensioni potessero essere sensuali e disarmanti.

Salì in macchina in silenzio, sperando di aver interpretato bene le sue intenzioni. Lui ingranò la marcia e partì. “Come stai, è da tanto che non ci vediamo…”, provò a proporre Lei. Solo allora i loro occhi si incontrarono. “Non ci provare” disse Lui “Mi hai scritto, sono qui. Ho mollato tutto per essere qui, quindi non ci provare”. Aveva lo sguardo scuro ed arrabbiato di quella sera in cui Lei fermò il loro primo bacio. Pensava fosse ubriaco allora, ma la rabbia e la frustrazione dei suoi occhi le avevano lasciato un dubbio sulla sua effettiva lucidità. Tacque  e si rassegnò a quel silenzio che la imbarazzava, decise di aspettare quello che sarebbe successo anche se aveva il cuore che pulsava ed un tremore che dalla pancia diffondeva un senso di malessere a tutto il corpo.

Arrivarono nel parcheggio del condominio che lo aveva visto crescere. Lui parcheggiò la macchina e solo allora Lei si azzardò a dire “Ma i tuoi genitori? Sono in casa?”. “No, mia madre non vive più qui e mio padre è da qualche parte con la sua nuova fidanzata dodicenne”. Lei si mise a ridere e per un attimo la tensione fu allentata da un sorriso: il ricordo di come i casini dei rispettivi genitori diventassero argomento di discussione e confronto nelle loro teorizzazioni da adolescenti con tutte le risposte in tasca. Sarebbero stati soli, in quelle stanze dove avevano condiviso tutto: i test di gravidanza delle amiche impudenti e le mangiate a tarda notte, quando il THC costringeva ad abbuffarsi di schifezze.

Chiamarono l’ascensore ancora in silenzio, videro aprirsi e richiudersi le porte, i numeri illuminarsi in sequenza – dall’uno al cinque – e nuovamente le porte spalancarsi sul pianerottolo conosciuto. Nella porta di fronte abitava il primo fidanzato di Lei, colui che li aveva fatti conoscere. Che buffo sarebbe stato se quel primo amore avesse aperto la porta proprio allora, scorgendoli così: sul punto di far scoppiare qualcosa che lui non aveva mai immaginato.

Perché di scoppio si trattava. Finire o iniziare, queste le sole possibilità. Ormai l’aveva capito anche Lei. Aveva sperato di restare ancora un po’ nel limbo, non dover decidere, non dover capire. Solo rifugiarsi nel ricordo nei momenti più bui. Ma quel silenzio e quella tensione, la faccia seria di Lui e la solitudine di una casa vuota non lasciavano scampo.

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In ---> amour si douce
lunedì, 10 marzo 2008 - 18:13

Ecco, aveva scritto finalmente quella dannata lettera. Erano mesi ormai che ci pensava, che la scriveva nella sua mente – ogni volta diversa. Adesso aveva redatto le due copie di ordinanza e aveva addirittura chiuso la busta, scritto un indirizzo e lanciato quel foglio inaspettatamente corto nel vuoto delle poste italiane. Che cosa si aspettava ora? Che cosa credeva sarebbe successo?

Se lo era chiesto tante volte, prima di scrivere, durante. Lo aveva chiesto anche a lui: una domanda retorica incisa nella carta. Che cosa spero di ottenere?

Ma non aveva trovato il coraggio di rispondersi. La sua vita era in fondo piena di agio, nessun picco inaspettato. Una calma serenità, tutto scolpito nell’invariabilità del quotidiano. E la spaventava troppo pensare di voler, di poter cambiare qualcosa. Così aveva scritto. Senza esporsi troppo, anche perché non sapeva che direzione prendere.

La sua era a tutti gli effetti una richiesta di aiuto. Di questo era certa. Eppure non sapeva che tipo di aiuto stava implorando. Troppi anni di silenzio, troppe favole ricostruite nella dimensione onirica della fantasia. Un rapporto riletto troppe volte, significati nuovi: importanze attribuite e negate.

Chissà se e quando avrebbe ricevuto quella lettera.

Poi, un giorno, un foglio ad attenderla nella sua casa di bambina. Un foglio strappato in fretta e furia, un pezzettino di vita quadrettata. “C’è un biglietto per te”, le aveva detto sua madre. Lei ormai non ci pensava più, era stata di nuovo assorbita dagli impegni e dalla noia di ogni giorno. Non pensava più a Lui, a come avrebbe preso quel messaggio disperato e pieno d’amore.

Così se la prese con calma: “Lo leggo quando passo a trovarvi, non penso sia niente di importante”.

E invece quelle poche parole erano proprio ciò che desiderava. “Ti aspetto il primo giorno di primavera davanti a casa tua. Spero ci sarai”.

Ed ecco nuovamente il dubbio. Gli aveva scritto che non aveva intenzione di vederlo ed invece lui ripiombava nella sua vita a pié pari. Per dirle cosa poi? Che si era sposato? Che aveva un figlio? Che non avrebbe più dovuto pensare a Lui? Paura, terrore. Poteva finire tutto, anche se – in realtà – erano ormai anni che non esistevano insieme.

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In ---> amour si douce
lunedì, 04 febbraio 2008 - 20:54
C'è un tempo per la neve.
Se senti odore di primule e corse furiose allora no.
C'è un tempo per tutto.
O almeno così dicono.
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In --->
giovedì, 01 novembre 2007 - 19:54
Ci sono tante cose che vorrei scrivere, con tono allegro e leggero. Ci sono tante pippe che mi balenano nella mente e con le quali vorrei dilettarvi tuttavia...
Tuttavia in questi giorni non posso fare a meno di pensare che vorrei indirizzare a qualcuno questi miei pensieri, vorrei metterci un titolo, avere un destinatario su cui calibrare le benedette frasi.
A dirla proprio tutta (anche se fra i denti) saprei anche a chi vorrei parlare per un po'.
Solo che quando le persone non le vedi da un po' diventa tutto piuttosto complicato. Anche essere frivoli e simpatici, soffici e senza impegno risulta particolarmente arduo, anzi è proprio la cosa più difficile. Il discorso è che quando un certo individuo è stato particolarmente importante per te, quando tanta acqua è passata sotto i ponti, quando entrambi hanno verificato di poter andare avanti l'uno senza l'altro... ecco, ci si aspetta che - se proprio un contatto ci deve essere - sia un contatto significativo. Capitale.
Non puoi mica dire quattro cavolate, molleggiare sulle ginocchia e chiedere "Come ti va la vita di questi tempi?". Non puoi pensare di farti bastare un caffè senza impegno o i racconti scontati sulle ultime tragicomiche delle rispettive famiglie.
Bisogna prenderla sul serio, metterci impegno e partecipazione. Roba del tipo "MI mancavi" o "Nessuno come te nel grande mondo" (suona pericolosamente "Come te nessuno mai", perdonatemi, non intendevo). Frasi così, anche se non è che siano proprio vere.
E' che il computer mi ha ormai drogata. Non riesco più nemmeno a pensare di prendere in mano una penna: è così semplice usare la tastiera ora che potrei riconoscere la posizione di ciascuna lettera anche ad occhi chiusi! E mica si possono dire robe del genere usando un arnese elettronico! No, ci vuole la grafia, l'odore dell'inchiostro impresso sulla carta, ci vuole una firma - indiscutibile e non ritrattabile.
Ma come fa una che vorrebbe invece solo far due chiacchiere su MSN o, al limite, mandare una mail?
Nascondersi dietro allo schermo per scappare agli occhi di chi ti conosce troppo bene.
Più si hanno cose da dire, da dirsi, più l'ignavia ti prende e rinunci - lasciando una patina di non detto che è  facile e sicura. Avrei cose da dire a troppa gente, per questo cincischio sul blog.
Per questo parlo a tanti che non hanno una faccia, che magari non verranno mai a leggere, che non giungeranno alla fine e che non se ne faranno scrupolo.
Ma è poi così importante - per un blog - avere qualcuno che lo legge?Preoccuparsi di aggiornarlo perchè sennò sembra che sei latitante?
Dovrei solo alzare il culo e prendere quel foglio di carta. Dovrei solo riesumare un vecchio indirizzo (perchè i cellulari ci hanno ormai vincolati in maniera vergognosa al famigerato "avrà cambiato numero").
Per questo non servono i commenti.
Ho concluso una cosa su me stessa: vivo in maniera privilegiata nel passato. Ossia: del presente non mi frega quasi nulla. Il futuro mi emoziona raramente.
Il passato invece... è una droga.
Meriterebbe un post a sé. Quanta gente vive in realtà con lo stesso problema (se di problema si tratta).
Delirio da giorno dei morti. Spero che le visite alle vostre tombe abbiano prodotto effetti migliori.
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In ---> riflessioni, vizietti, io - me - me stessa
lunedì, 22 ottobre 2007 - 21:14
Chiamatemi...
DOC POVI


ps: con centodieci e lode ma senza bacio accademico (eccheschifo!)

Sono molto felice anche se stremata, domani racconterò meglio - per adesso mi limito ad andare a smaltire la sbronza e a tentare di riprendermi. Un bacio a tutti...
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In ---> gastroracconti
giovedì, 18 ottobre 2007 - 13:20
Computer nuovo. Non mi sono laureata ma già fioccano i regali. Interessante. Potrebbe veramente iniziare a piacermi questa faccenda...
In questi giorni di reciproca conoscenza tra me ed il nuovo arnese elettronico ho fatto nuove ed interessanti scoperte: mac è indubbiamente un sistema operativo affascinante e giocoso ma purtroppo molte cose (a causa delle discriminazioni dei programmatori di computer) gli sono precluse. Ieri ho aperto per la prima volta fotoshop e sono ancora basita: quante cose meravigliose ti consente di fare la tecnologia!
Basta quadretti e album fotografici, ora posso addirittura realizzare un filmato con le scritte e tutte le modifiche di sorta (nuvolette di qua, nuvolette di là...). Messanger è bellissimo, trasparente e con un sacco di emoticon, moticons, moticons... Inoltre riesco a controllare molto meglio foto e mp3: il mac imponeva che tutto andasse direttamente nei due programmi deputati, che si sovraccaricavano e balle varie mentre qui... che meraviglia, nemmeno una volta è comparsa la clessidrina.
Il mio computer si chiama POVISSIMA ed è pronto alle sfide di futuri lavori, ne sono molto fiera.
Il viaggio in quel di Parma è stato interessante: gastronomicamente parlando l'Emilia è un po' troppo crassa e ripetitiva (botte di colesterolo ad ogni pasto) ma ha dei prodotti spettacolari: ho magiato un culatello stagionato tre anni, una cosa indescrivibile! La cosa che mi è piaciuta di più però è l'accoglienza. Nonostante sia una regione la cui gastronomia ha ormai fama mondiale nessun oste o artigiano si è svenduto agli stranieri carichi di soldi. I ristoranti non sono diventati show room di design, i camerieri non ti servono in guanti bianchi e molte volte non ci sono nemmeno i menù. L'Emilia è rimasta una regione in cui poter ritrovare ancora le vecchie osterie di una volta, quei posti alla buona, dove ti senti rilassato e puoi fare caciara con gli amici senza che qualche musichetta jazz ti faccia sentire inadeguato. Le tovaglie non sono a quadretti ma poco ci manca, puoi fidarti dell'oste e del suo lambrusco "della casa", il menù ti viene raccontato a voce - con una buona dose di colore ed aneddoti vari. I piatti però sono deliziosi, da far impallidire qualunque stella michelin.
Mentre ci dilettavamo con il Parmigiano che la cameriera aveva appoggiato al nostro tavolo (niente a che vedere con ciò che troviamo in vendita nelle altre regioni d'Italia) mi sono ritrovata a pensare che, forse, proprio in questi posti puoi trovare l'etica della gastronomia. Quella che gli chef si ostinano a mettere in mostra con menù più corposi della Divina Commedia, con carte dei vini blasonate e con materie prime che costano quanto un armadio quattro stagioni.
Ora, non che io abbia qualcosa contro i ristoranti d'alto livello, anzi. Li trovo molto interessanti e, all'occorrenza (se lo chef è bravo e le tasche lo permettono), mi presto volentieri alle sperimentazioni. Ciò nonostante credo che molto di più vada fatto per preservare luoghi come quelli in cui ho avuto l'occasione di mangiare in questi giorni. Le vecchie conduzioni famigliari da generazioni, dove nessuno improvvisa niente ma offre con umiltà ed orgoglio piatti che appartengono alla sua storia e alla sua vita.
Penso che dedicherò il resto della mia cariera gastronomica a cercare di assaggiare tutte le varianti di tortelli di zucca che riesco a reperire. Nella stessa area territoriale non c'è stata una volta che siano stati uguali, cambiava la forma, la pasta, gli ingredienti. Una vera meraviglia.
Bé, torno a scartare regali (naaa, vado a mangiare qualcosa). Un bacio a tutti, soprattutto a chi sta essiccando peperoncini (ps: secondo me non era grave se ti facevano la patina, non credo che ne avessi quantità tali da non riuscire a consumarli entro l'anno).
Pov
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In ---> riflessioni, gastroracconti
giovedì, 11 ottobre 2007 - 13:49
Perché gli uomini (quelli che conosco io) sono sempre così imbecilli?
Vabbè ragazzi, cerco conforto in Guccini. Parto per Parma e venerdì faccio una scampagnata a Reggio per vederlo in concerto.
Speriamo che almeno lui mi risollevi il morale!
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In --->
mercoledì, 10 ottobre 2007 - 10:19
Ora, secondo voi è lecito che il proprio relatore - dopo che tu gli hai scritto 150 pagine su un certo argomento, dimostrando una certa tesi e facendoti un certo culo - ti chieda di fare la presentazione della tesi dicendo cose che non centrano niente con la tua ricerca?
E' lecito, dico io?
I sogni allucinanti continuano a perseguitarmi e sto iniziando seriamente a preoccuparmi: forse dovrei aumentare il numero di sigarette... Ho questo chiodo fisso ultimamente: voglio fumare di più, di più, di più... Penso si tratti di una forma d'ansia convulsa: o mangio, o fumo, o faccio sport. Mangiare di più non se ne parla (avevo detto che una volta finita questa università mi sarei messa a dieta per recuperare i danni degli stage quindi non mi sembra il caso). Allo sport sono contraria (non me la cavo bene né con la competizione né con il gioco di squadra). Non mi resta che fumare.
Peccato che ciò mini le mie già precarie finanze. Mica si può chiedere ai genitori un prestito perché vuoi farti fuori una stecca alla settimana, no? Arg.
Intanto corro come una trottola - come una menager rampante (doppio arg) - e la sera, quando finalmente mi ritiro nel lettuccio accogliente... zac, partono immagini hard con la gente più improbabile (non vi dico i nomi... già con Amadeus mi sono abbruttita a sufficienza). Urge una soluzione.
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